sabato 14 marzo 2009

"Day one, day one, start over again" Alanis

Si siedono al bar.
Tre cariatidi e un fiorellino bianco, candido candore.
Parlano idiomi, ma se sapessero quello che dicono, avvertirebbero il mio disturbo per loro: non percepiscono sensorialmente, non secernono linfa, ma sciupano la delicatezza di certi momenti di quiete, beata acquiescenza. Saltimbancano sulla moralità dell'inquietudine, spazzano e sputano sull'inesperienza della duttile, malleabile esistenzuola; ricordano, ricordano, ma non si dimenticano mai.

Qualche sguardo s'incrocia, sembra quasi voluttuoso, forse ha mangiato pesante, deve liberarsi: mielosi riccioli, quante storie ascondono, anfratti, moine, carezze, frattaglie, pidocchi sfrattati.
Sublime tocco discosta il pensiero, l'importanza della gestualità: fisicità imponente, una movenza della mano, delle labbra e un fiume in piena, tumulto di sensazioni; stilla vita opalescente, imperturbabilità mistica e misterica in risposta.

Silenzio significativo.

Poi scoppia l'ODIO, parola grossa, per qualcuno che interrompe l'adorazione, l'odorazione, la razione cotidia, il flusso. Blocco, depauperazione, involontario contatto con l'oggetto dell'elucubrazione, probabile rigetto; ma experentia docet, quindi c'è sempre qualcosa da imparare, anche e soprattutto dall'insignificanza apparente di certe pantomime, di abbracci, di strette, di larghe.

L'incontro volge al termine

Ultimi scambi, affettazione, parole "a vanvara", promesse di cartone bagnato di orina dorata, sorrisi come disegnati, ma l'importante è mettersi la coscienza a posto.



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"Eve", Dream Theater ad libitum...

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